Una promessa

 

Imbratteremo le piazze di stralci d’amore,

faremo colonne bianche sotto ai portici scuri

– Di cosa parlano le ossa quando restano sole?-

Saremo corde di pelle intorno ai loro palazzi,

slacceremo i cappotti per mostrare il cuore.

-Risponderai ai bastoni con un fiore?-

Diventeremo liquidi per oltrepassare le porte,

evaporeremo per essere inalati.

-Se il mondo finisse ora che cosa salveresti? –

Non avremo più voce, né gambe, né occhi,

saremo coscienza, azione, visione.

– Cosa fa il corpo quando un virus lo attacca?-

Ossa lunari (2014)

Scusami se con me

i turbamenti ti rubano l’aria

e ad ogni respiro inali

i miei colori scuri,

le costellazioni tra i miei capelli,

l’incenso delle chiese in cui ti porto

nelle domeniche di pioggia.

Scusami se a volte i tuoi occhi

sono invasi

dalla nebbia che ho nei miei,

dalla luce delle candele che accendo

per coccolarmi un po’ nell’adilà,

se le tue orecchie ascoltano

il rumore dei passi nei campi,

quelli che da solo non avresti mai fatto.

Scusami

per il delitto che commetto

ogni volta che ti dò un passaggio

nelle periferie della vita,

tra le cosce della terra,

nei nidi d’aquila che ho dentro,

di piccoli che ancora non sanno volare.

A te che ami le spiagge,

cosa rimarrà dei tuoi arancioni interiori

se le mie ossa lunari

ti gratteranno via il sole dalla pelle?

Ma forse

vivere sempre a mezzogiorno

ha stancato anche te

e cerchi le mie notti per riposarti le palpebre

e potere, finalmente, anche piangere.

 

 

Qualcosa che manca

Che rumore fa un rospo nell’ erba,

la carta arricciata con le forbici,

una canzone sul nastro inceppato?

È caduto anche il filo del telefono

non c’è più niente a tenerlo in gabbia,

ora ho una belva nella tasca.

Ti ricordi come ballava bene

la penna sul foglio bianco?

C’è qualcosa di grande che manca,

adesso, ma non so definirlo bene.

È  la pelle rovinata del divano

nel posto accanto al mio.

È una toppa sulle ginocchia

proprio lì dove c’è un buco.

È un silenzio dolce, una quiete lontana,

un albero dalle radici grandi

e un’ ombra gentile

Nudo è il corpo

come questo giorno

spoglio di parole,

privo di avventure

e l’unico pensiero

è ancorare i piedi al muro,

quasi fossi una nave

che non vuole salpare.

Mi piace il porto.

L’annuire delle barche

lascia file di promesse

affacciate sul molo.

Dondolo appena,

come una prua legata.

L’oceano erode

le corde intatte

di chi indugia a riva.

Obliquo è il tempo

da quando il futuro si assottiglia

e il passato ritorna galleggiando,

come un cadavere in un lago.

Fluttuare, ondeggiare inerte

non ripara dai colpi inferti

dagli agenti esterni al corpo,

nel casuale essere al mondo.

Fingere di non esistere

è una menzogna detta male,

frugare negli anni come un ladro

mi ha convinto di avere amato

in quei giorni che non ricordo,

in quella vita che non sa più

di essere stata mia.

Dimmi, Ecate, se è vero

che gli Inferi sono più sinceri

di questo posto senza tempo,

dell’occupare, del respirare,

dell’evolversi uguale a ciò che siamo già stati.

Infondimi  il coraggio di calpestare la terra

accettando i tuoi doni:

la vista notturna e il rapido distacco

della  civetta in volo.